sabato 22 novembre 2014

MOVIMENTO IN CRISI CINQUESTELLE SMARRITI



Tutto potrebbe finire da dove è iniziato. O forse, come cercano di illudersi alcuni grillini della prima ora, «è solo una prova di maturità». Beppe Grillo, per queste Regionali, non ha fatto campagna elettorale. Né in Calabria né, fatto ancora più sintomatico, in Emilia Romagna, dove per la prima volta il suo Movimento aveva abbandonato la rete e si era materializzato nel «mondo reale». Un atteggiamento completamente opposto a quello degli ultimi anni, quando l’ex comico trascinava il Movimento 5 Stelle verso percentuali da partito di governo, sfruttando quasi esclusivamente la forza dei suoi comizi-show.
Ora, invece, proprio nella regione dove è arrivato per la prima volta il radicamento sul territorio e sono stati eletti i primi consiglieri e i primi sindaci, ecco la decisione non detta di alzare bandiera bianca e lasciare il passo perfino alla Lega "nazionale" di Salvini. «In questa regione molti hanno identificato Beppe Grillo come un problema – prova a spiegare Max Bugani, facendo riferimento alle prime espulsioni ed ai dissidi col sindaco di Parma, Federico Pizzarotti -. Il M5S però non può prescindere da lui. Però dobbiamo crescere, imparare dagli errori e presentarci pronti per governare tra cinque anni».

Il voto di oggi e domani è ormai diventato un referendum sulla linea politica: si sfidano la fazione legata allo staff di Gianroberto Casaleggio e quella che si riconosce nella linea più dialogante del sindaco di Parma secondo uno schema che si replica specularmente in Parlamento a Roma. La linea di Casaleggio finora ha avuto la meglio: la vigilia del voto ha visto il progressivo isolamento di Pizzarotti e l’allontanamento di militanti storici come il capogruppo in Regione Andrea De Franceschi, quest’ultimo vicino proprio al sindaco. Allo stesso tempo sono cresciute le quotazioni dell’ultra-ortodosso consigliere comunale di Bologna Matteo Bugani, avversario politico di Pizzarotti e promosso speaker M5S durante la Festa Cinquestelle al Circo Massimo a Roma.

Se in Emilia sono arrivati i primi successi, a Bologna si sono consumate anche le prime faide interne con le prime espulsioni eccellenti nella breve storia politica pentastellata: da quella del consigliere regionale Giovanni Favia nel 2012 a quella inaspettata di De Franceschi lo scorso mese. Giulia Gibertoni è la candidata 5S alla presidenza dell’Emilia-Romagna ma si trova ad avere un compito particolarmente difficile: provare a tenere insieme tutte le fazioni del partito.

La realtà è che il Movimento è in grave crisi, di consenso e soprattutto di idee. L’apice della loro avventura politica, Grillo e i grillini l’avevano raggiunto alle elezioni Europee di quest’anno, quando avevano lanciato la sfida al Pd di Renzi, relegando Berlusconi e il centrodestra, dopo 20 anni, nel ruolo di comprimari. Ma la "spallata" non spalancò le porte del governo, bensì portò solo a fratture ed emorragie interne. Grillo, che al contrario delle letture semplicistiche aveva cominciato con linee e battaglie ben precise lontane dall’antipolitica, ha iniziato a rincorrere i potenziali elettori percorrendo come una scheggia impazzita tutto l’arco costituzionale, disorientando i suoi stessi simpatizzanti e militanti.

Immigrazione, ambiente, temi etici, economia, grandi opere. Oggi i consigli comunali di mezza Italia sono pieni di paciosi consiglieri ambientalisti che hanno assistito in tv alla stretta di mano fra il loro mentore e l’ultraconservatore inglese Nigel Farage. Proprio loro, che avevano tirato le fila del referendum 2011 sull’acqua pubblica. Le espulsioni, la delegittimazione della rete (il reato di clandestinità ne è l’esempio) e le promesse mai mantenute sulla democrazia digitale, hanno fatto il resto. Grillo è un uomo (politicamente) confuso e solo, scavalcato a destra dalla "nuova" Lega di Matteo Salvini, e diseredato da quella sinistra, radicale e ambientalista, che lo aveva accolto a braccia aperte sin dal 2007 e che ora lo considera alla stregua di Casapound. L’apice, quella brutta frase pronunciata al Circo Massimo: «Renzi, sbrigati a far fallire l’Italia, così andiamo a governare noi». L’Italia, pur incerottata, c’è ancora. Il fallimento ora lo rischia qualcun altro.

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Vincenzo Bisbiglia per Il Tempo