giovedì 9 ottobre 2014

LA PARABOLA DI BEPPE GRILLO: DA SAVONAROLA AD ARROTINO



Più che un blog sovversivo sembra il volantino di un pizzicagnolo di Marina di Bibbona. E infatti basta entrare in quella piazza che un tempo fu aperta al dileggio e al pubblico sputo contro deputati, senatori, giornalisti, per non trovarci e per non riconoscere il sedizioso Beppe Grillo, ma il rivenditore di pneumatici, l’ambulante che vende saponette, profumi e televisori.
E c'è perfino il vino insieme a "primi e secondi piatti a 13 euro", insomma l’insurrezione che finisce a cacio e maccheroni, l'agitatore che si è finalmente attovagliato.

Si consuma un tanto a click, tra l’occupazione del senato contro l’articolo 18, le apocalissi sempre meno fantasiose di Gianroberto Casaleggio che profetizza un grande obitorio di quotidiani («La Padania si estinguerà nel 2015, il Fatto nel 2017, il Corriere e Repubblica nel 2018…»), quel portale del M5S che ha infiammato e involgarito l'Italia, il ciclostile della rabbia anticasta, lo sfogatoio di mattoidi e cospirazionisti.

E dunque si scompone tra markette ed epurazioni anche il sogno della democrazia dal basso e in silenzio smobilita la fanteria che doveva mandare "tutti a casa", quel reparto di "cittadini" che sotto l’insegna del "vaffanculo" avrebbe bonificato il parlamento, le colonne che erano pronte a marciare su Roma per chiedere lo scioglimento del governo a Giorgio Napolitano, anzi "al boia Napolitano". Mai si era visto un così vasto ed esagerato scialo di consenso, mai un’occasione era stata perduta in così breve tempo.

E ha già l’odore nostalgico anche questo raduno Italia Cinque Stelle che Grillo ha organizzato nel suggestivo Circo Massimo di Roma credendosi un imperatore a cavallo di una biga non accorgerdosi di essere invece un reduce scornato in sella a un ciuco.

Deflagra come il più antico partito il movimento che doveva sopprimere i partiti e nell’entropia, come cellule impazzite, il dissenso si propaga da Fiorano a Roma, da Parma a Reggio Calabria tra espulsioni e fuoriuscite, al grido “jatevenne, jatevenne”. E non è più solo fuga, diaspora, ormai siamo arrivati al licenziamento coatto del padrone.

E' lo stesso Grillo che in Italia difende l’articolo 18 ad averlo già abolito in Europa prima ancora di Matteo Renzi e di Ignazio Marino destituendo tutto un intero staff di 15 persone che lavora a Bruxelles, neppure fossero gli orchestrali dell’Opera di Roma con l’indennità frak, espulsi come i metalmeccanici che a Pomigliano espelleva Sergio Marchionne.
 


Grillo farebbe bene ad ascoltare i lamenti della provincia, dei suoi meet-up che si svuotano con la stessa velocità con cui si riempiono, veri e propri centri per l’impiego. Quanti voti bastano per amministrare una regione? 266 voti per amministrare l’Emilia sono bastati a Giulia Gibertoni per essere designata, e chissà quanti ne basteranno per la Lombardia. 300? E per il Molise? 150?

Scoppia appunto la crassa regione rossa che fu cascina e militanza, laboratorio privilegiato per l’esperimento del comico castigamatti. A Fiorano si è dimesso il consigliere Antonio Glorio, sostituito da Samanta Di Fede che a sua volta si è dimessa. A Roma è stato allontanato Andrea Aquilino, professore a La Sapienza cacciato per intelligenza con il nemico, non la destra, ma la lobby omosessualista. A Bologna è stato estromesso alle elezioni regionali Andrea De Franceschi con una norma ad hoc, un farraginoso regolamento che ricorda tessere e cavilli cari al Pd, le mille pagine del programma di Romano Prodi. Ed è tutto un borbottare contro le bolle del politburo Grillo-Casaleggio da Parma a Ravenna, Piacenza fino a Comacchio dove il sindaco grillino Marco Fabbri si è candidato alle elezioni provinciali ed è stato eletto nonostante veti e divieti (a quando l’espulsione?).

Lo ammettono pure i deputati grillini "Dove andiamo senza Beppe", silenziati e contenti, bastonati più dai follower che dalle televisioni, come quel consigliere regionale del Lazio, Davide Barillari, che si lamenta dell’autovelox "168,80 di multa per eccesso di velocità, ma è giusto?". Non i giornalisti ma il web lo ha castigato: "Paga e zitto buffone", "e nu piagne …pensa al lato positivo. Se hanno fatto la fotina puoi sempre pubblicare il selfie", "la legge è legge, stacce".

E a Parma il sindaco, Federico Pizzarotti che ben amministra ma meno asseconda, viene marchiato manco fosse un untore che porta la pandemia della critica ideologica, la mosca cocchiera che infetta sussurrando alle orecchie dei deputati: "Ormai la leadership è diventata un problema" ha detto. Pizzarotti si è meritato il confino in uno dei tanti gazebo del Circo Massimo il "gazebo Parma" declassato perché "uno vale uno" ma Luigi Di Maio vale quasi quanto Grillo e sarà sul palco, mentre il sindaco della "nuova Stalingrado" sarà sul prato.

Certo, sarebbe ingiusto non ricordare la genuinità che i deputati di Grillo hanno portato in parlamento, così come la castroneria, ma in molti casi era vera la freschezza del principiante, quella gendarmeria non tutta indottrinata ma munita di passione, civismo, non sempre moto qualunquista ma fastidio, sdegno, sbuffo che Grillo ha messo nel suo cesto e ha imbruttito. E forse dobbiamo alle ossessioni di Grillo anche la controinformazione che colpisce tutti per primo lui. Si moltiplicano i libri, i vignettisti che sono alla carica e lo pungono con l’arma, lo sberleffo, che Grillo in passato ha saputo amministrare, come il versatile “Manuale libertario contro un partito autoritario” di Alessio Spataro e Carlo Gubitosa che ha in dote la prefazione di Federica Salsi, la prima espulsa, sedotta e maltrattata dalla Grillo e Casaleggio Associati.

Ecco, tra scontrini esibiti e perduti, marce per difendere la democrazia, indennità ridotte, ma non a Strasburgo dove gli eurodeputati hanno scelto il way of life all’italiana, Grillo ha eclissato Grillo, l’inno del M5S è addirittura una canzonetta non del rapper maledetto, ma del rapper acqua e sapone che fa strage di ragazzine, un inno che a dire di Fedez, l’autore, «a Grillo fa cagare...». Povera rivoluzione, tra sfinteri, bighe di cartapesta e ramazze («abbiamo pulito il Circo Massimo», ma era già pulito ha fatto sapere il comune di Roma), insulti da bar sport («Grasso è come l’arbitro Rocchi») anche il ghigno di Grillo non spaventa ma ci fa sentire il peso del tempo che passa, la parabola del rivoltoso che si conclude non con la disfatta ma con la beffa. Da Savonarola ad arrotino.

mader