mercoledì 6 agosto 2014

TRA LA PROTESTA E LA SCENEGGIATA, L’INCONCLUDENZA A CINQUE STELLE



Esiste un confine tra la protesta e la sceneggiata, tra la critica anche dura e la sparata quotidiana, tra amministrare in modo più vicino alla sensibilità dei cittadini e assecondare le pulsioni istintive e disperate. Questo confine i 5 Stelle lo stanno oltrepassando. Al punto che il movimento, divenuto appena 18 mesi fa il primo d’Italia, rischia oggi di sgretolarsi, senza che i partiti abbiano concluso molto più di nulla nella riforma della politica e nel rilancio dell’economia.


Certo, le cose non vanno bene per nessuno. Il governo Renzi, dopo un avvio promettente e il successo elettorale, procede alternando proclami ed errori. Berlusconi sembra aver rinunciato a fare del centrodestra un’alternativa credibile, accontentandosi di una sorta di appoggio esterno all’esecutivo per gestire il proprio declino. L’Italia è l’unico grande Paese che non ha ripreso a crescere: la sfiducia e il disagio sociale si toccano con mano. Eppure la forza che si proclama unica opposizione non soltanto non trae alcun beneficio dall’impasse , ma continua a dare prove di inconsistenza.


La battaglia contro una riforma che non convince i costituzionalisti e non appassiona certo i cittadini è senz’altro legittima; ma i grillini non sono riusciti ad aggregare il dissenso né dentro né fuori dal Senato, e ne escono di fatto sconfitti, con il consueto corollario di scene imbarazzanti e difficoltà ortografiche. Mentre i parlamentari dimostrano la loro inadeguatezza, il Comune più importante conquistato dai 5 Stelle alle ultime e elezioni, Livorno, si schiera in difesa di Stamina. Alla crisi del movimento si aggiunge quella del leader. Beppe Grillo in questi anni ha dimostrato straordinarie doti di rabdomante e di comunicatore, ha intercettato e dato voce a un disagio trascurato dai partiti; ma ora appare intento a disperdere quel patrimonio con una serie di dichiarazioni balneari - è l’unico politico già in vacanza - con cui un giorno definisce Bossi «il più grande statista degli ultimi cinquant’anni», il giorno dopo sostiene che i suoi avversari sono peggio di un dittatore da migliaia di morti, in un crescendo che sarebbe ridicolo se non fosse preoccupante.


Liquidare il Movimento 5 Stelle come un’ondata populista destinata a rifluire rapidamente sarebbe sbagliato, oltre che irrispettoso del vastissimo consenso raggiunto alle elezioni politiche (e in parte confermato alle Europee). Al netto di un linguaggio inaccettabile, Grillo poteva rappresentare non soltanto uno sfogo alla protesta, ma anche una novità utile a scardinare un sistema ingessato. Chi l’ha votato, oltre a denunciare corruzione e privilegi scandalosi, voleva sbloccare un assetto in cui al fallimento di Berlusconi corrispondeva l’inadeguatezza del Pd di Bersani. Grillo è stato il volto italiano di una tendenza diffusa in tutto l’Occidente (determinante anche per il successo di Renzi): la rivolta contro le élites , il rigetto dell’establishment ; e la dinamica in cui i 5 Stelle si muovono non è più tra destra e sinistra, ma tra l’alto e il basso della società. È un fenomeno che può anche avere effetti positivi, se diventa motore del cambiamento. Ma se alimenta un falò di rabbia in cui ardono allo stesso modo colpevoli e innocenti, se liquida il dissenso con il rito catartico del linciaggio e dell’espulsione online , se asseconda le paure e le superstizioni antiscientifiche, se specula sulla fragilità e sulla rassegnazione di un Paese piegato dalla crisi, allora Grillo non serve a nessuno, neppure a se stesso.


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di Aldo Cazzullo per Il Corriere della Sera